Ricordati di santificare le feste

Uno dei primi racconti che ho scritto, per un concorso del forum IGZ (argomento “I Dieci Comandamenti”). E grazie alla mia amica Veronica che mi coinvolse nell’iniziativa!

«Avevi detto che saresti venuto a casa, John!» La voce della mia ex moglie è talmente alta che riesce a sentirla perfino il mio collega, seduto al posto di guida. Anche se resta immobile, tamburellando con le dita sul volante, so che sta ascoltando e magari sorride sotto i baffi.
Facendo l’indifferente, come se fosse una semplice telefonata di lavoro, scendo dalla macchina. Le suole delle mie scarpe scricchiolano, calpestando il sottile strato di ghiaccio che si è formato sulla strada.
«Kate, ascoltami…» dico, ben sapendo che è una battaglia persa in partenza. Non ho mai avuto la possibilità di parlare con lei, un altro motivo valido alla fine del nostro matrimonio.
«No, ascoltami tu!» esclama, infatti, coprendo la mia voce. «Sono sei mesi che non vedi tuo figlio. Sei mesi! Ormai per lui sei solo un estraneo, altro che padre! Non mi stupirei se ti scambiasse per il postino, la prossima volta.»
Perché, non è quello che ti porti a letto di solito? La risposta cattiva mi resta sulle labbra, bloccata da quel poco di ragione che mi è rimasto. Non è il momento per litigare.
«Passami il bambino,» dico invece, fissando le finestre illuminate della casa di fronte.
«Cos’è, mi dai degli ordini adesso?»
Come d’abitudine, mi disinteresso di quello che dice la mia ex moglie e penso ad altro; non noterà la differenza, è troppo abituata ad ascoltare il suono della sua voce per prestare attenzione al fatto che io sia vivo o meno.
In quella casa devono esserci dei ragazzini: ci sono un pallone da calcio in giardino e una bicicletta abbandonata sul vialetto. È strano come ci si abitui, come tutto diventi una routine; ormai questo non mi sconvolge come avrebbe fatto un tempo. Sono passati tanti anni da quando ho perso la mia innocenza.
«Senti, Kate, non ho tempo adesso. Devo andare al lavoro; vuoi passarmi Steve, sì o no?»
Devo aver alzato la voce, senza volerlo, perché per un attimo la sua sicurezza vacilla. Attendo in linea, mentre ricomincia a nevicare. Non devo aspettare molto perché la mia ex si decida, alla fine, a chiamare il bambino.
«Papà?» È cresciuto, lo sento dalla voce. Quanti anni ha, adesso? Quattro… no, no… cinque, sì. Cinque anni.
«Ciao, Steve. Come stai?»
«Bene,» mi risponde. «Non vieni oggi, papà?»
«No, non posso, piccolo. Ho un lavoro da sbrigare, ma ti prometto che domattina salgo sul primo aereo e vengo a trovarti, ok?»
«Ok.» Capisco dalla sua voce che c’è rimasto male e, per la prima volta dopo tanto tempo, sento una fitta al cuore. Non credevo di poter provare ancora dei sentimenti, si vede che sto invecchiando.
«E ti porterò anche un bel regalo,» aggiungo.
«Che cosa?» mi chiede eccitato, dimentico della delusione di poco prima. Non posso nascondere un sorriso davanti alla gioia infantile. Per un attimo vorrei tornare indietro, godermi la mia vita come un uomo qualsiasi; ma indietro non si può tornare.
Con la coda dell’occhio vedo Frank, il mio collega, scendere dalla macchina. Guardo l’orologio: mezzanotte si sta avvicinando, dobbiamo entrare in azione.
«È una sorpresa. Steve, ora papà deve andare al lavoro, ci vediamo domani. Auguri, piccolo mio.»
«Ciao, papà!» strilla contento nella cornetta. Prima di buttare giù, sento che grida: «Mamma, lo sai che papà mi porta un regalo?» poi c’è solo il ronzio del telefono.
Mi infilo il cellulare nella tasca del cappotto e resto fermo, lo sguardo sempre fisso sulla finestra. Adesso riesco a vedere un uomo che gioca col figlio, sotto lo sguardo divertito di una donna, sicuramente la moglie. Ancora una volta penso alla mia vita: avrebbe potuto essere identica a quella se quel giorno avessi fatto una scelta diversa. Una scelta… a volte continuo ad illudermi che avrei potuto scegliere, ma non ne sono così sicuro.
«Tutto ok?» Solo adesso mi accorgo che Frank è accanto a me.
«Sì,» gli rispondo. «Dobbiamo andare.»
Il mio collega annuisce e si avvia verso la porta della casa, senza particolare fretta. La strada è deserta, non c’è nessun motivo per correre.
«Lo stesso motivo?» mi chiede, senza voltarsi.
«Sì. Ha fatto qualcosa che non doveva fare.» rispondo. Non ha bisogno di spiegarsi, ho capito a cosa si riferisce.
«Il solito sfigato.» Frank si stringe nelle spalle e si ferma sul pianerottolo. Anche per lui è semplice routine. «Tutti?»
«Tutti, nessuno escluso. Devono servire da esempio per gli altri.»
Annuisce di nuovo, una mano vicina al campanello mentre l’altra fruga sotto la giacca. Mi metto in posizione anch’io, la pistola ben stretta in pugno.
«A proposito, buon Natale, John,» mormora, suonando il campanello.
«Buon Natale, Frank,» riesco a dire mentre la porta si apre pian piano, facendo uscire la risata allegra di un bambino.